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August 18, 2026
Quella strage dimenticata. Sono trascorsi 80 anni dall’ eccidio di Pola
Cronaca In Evidenza Sicilia

Quella strage dimenticata. Sono trascorsi 80 anni dall’ eccidio di Pola

Ago 18, 2026
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I morti furono più di 100, bilancio più grave anche della bomba alla stazione di Bologna del 1980. I sospetti sui partigiani titini e la rimozione storica durata fino al 2017 La prima strage di stampo terroristico della storia dell’Italia repubblicana avvenne esattamente 80 anni fa – il 18 agosto del 1946 – su una spiaggia della città di Pola, ma nessuno se la ricorda più. La guerra era finita da un anno, Pola era formalmente ancora territorio italiano benché sotto amministrazione del comando militare britannico. Lo scoppio di una serie di residuati bellici sulla spiaggia di Verrgarolla provocò la morte di decine di persone: 64 quelle identificate ma tutte le fonti concordano che il bilancio totale fu tra i 110 e 120 morti. Fu l’attentato più sanguinoso del dopoguerra, ben più grave di quello alla stazione di Bologma del 2 agosto del 1980. Ma la strage di Vergarolla ha un punto in comune con tutte quelle che straziarono l’Italia negli anni a venire: è rimasta impunita.   Per capire perché la memoria comune ha sepolto l’eccidio di Pola occorre riandare a quella che era la situazione politica dell’epoca. La cortina di ferro, le foibe, fascisti e partigiani: tutto si concentrava lungo il crinale del confine orientale d’Italia. Nell’agosto del ’46 le armi tacevano ormai su tutti i fronti del pianeta ma la Jugoslavia del maresciallo Tito reclamava il possesso di tutta l’Istria compresa la città di Trieste. Gli Alleati e l’Italia non erano disposti a cedere e si giunse a una partizione tanto provvisoria quanto precaria. Le terre contese vennero divise tra una zona A (sotto controllo alleato e che comprendeva il territorio di Trieste) e una zona B, vale a dire Fiume e l’Istria, appannaggio della Jugoslavia. In questo contesto la città di Pola, abitata da 30.000 italiani era un pesce fuor d’acqua: un’enclave italiana circondata da territorio slavo ma sotto controllo alleato. Il suo destino era ancora in bilico.   Il 18 agosto del 1949 sulla spiaggia di Verrgarolla – una delle più frequentate di Pola – erano in programma delle gare di nuoto valide per la Coppa Scarioni. Non una semplice competizione sportiva ma anche una manifestazione identitaria da parte della comunità italiana che ancora sperava di non dover soggiacere al regime comunista di Belgrado.  Ai margini della spiaggia – era cosa nota – erano stati accatastati numerosi residuati bellici: bombe anti sommergibile, testate di siluri, mine antisbarco, cariche di tritolo per un totale di 9 tonnellate di esplosivo. Quella Santabarbara era però considerata inoffensiva poiché erano stati prelevati tutti gli inneschi.

Ma alle 14.15 di quella domenica, nel momento di massimo affollamento dell’arenile, un boato squarciò l’aria: l’esplosione dell’intero arsenale uccise sul colpo decine di persone, altre rimasero schiacciate dal crollo di una palazzina che si trovava ai margini della spiaggia di Vergarolla. I morti identificati alla fine furono 64, ma le vittime dilaniate dallo scoppio molte di più. Il conto dei feriti fu di 211. Un terzo dei morti erano bambini, le vittime in massima parte di nazionalità italiana.  L’inchiesta sulla strage venne affidata a una Corte militare inglese. Primo quesito a cui dare risposta: si trattò di un fatto accidentale o di un atto deliberato? Alle autorità britanniche competeva di fatto il mantenimento dell’ordine pubblico a Pola e le conclusioni della commissione d’inchiesta propendettero per l’attentato terroristico: gli ordigni sulla spiaggia erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine – l’ultima il 27 luglio – concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente. Gli ordigni, insomma, erano ritenuti inerti e non pericolosi.

L’inchiesta britannica tuttavia non seppe individuare alcun colpevole per la strage di Vergarolla. Quindi per attribuire delle responsabilità non resta che addentrarsi nel labirinto delle supposizioni. I sospetti per anni si sono concentrati sui partigiani comunisti jugoslavi: scopo dell’attentato sarebbe stato quello di terrorizzare la comunità italiana ancora presente a Pola, in quanto «ospite» indesiderata, inducendola a lasciare la città contesa. Punto debole di questa pista: i titini, che pure si macchiarono di orrendi crimini ai danni degli italiani, non puntarono mai a una «pulizia etnica» dell’Istria e gli attentati dinamitardi non rientravano tra i loro metodi di lotta.

Versione alternativa: l’attentato di Verrgarola sarebbe stato opera di nazionalisti italiani che in quel modo sanguinario avrebbero voluto suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale e spingere per il mantenimento della sovranità italiana su Pola. Uno schema simile, se possibile, a quello che sarebbe stato adottato due decenni più tardi con la cosiddetta «strategia della tensione». Tesi avvalorata da un episodio successivo ai fatti di Vergarolla: il 10 febbraio 1947 una esponente nazionalista italiana, Maria Pasquinelli uccise a colpi di pistola il governatore inglese della città, il generale Roberty De Winton, in segno di protesta contro gli accordi di Parigi che avevano in quei giorni assegnato l’Istraia e Pola alla jugoslavia.

Quale che sia la verità, la strage del 18 agosto 1946 ebbe un peso determinante sulla sorte degli italiani che ancora risiedevano a Pola e che speravano di continuare a vivere sotto la parte libera dell’Europa e sotto la bandiera italiana. In realtà, la sorte di Pola pareva segnata ben prima della strage di Vergarolla e la comunità italiana era stata posta davanti a una tragica scelta: continuare a vivere sotto un regime – quello titino – che non avrebbe garantito la loro libertà personale oppure abbandonare le loro case. La seconda – racconta la storia – fu quella adottata e l’eccidio di Pola contribuì a far pendere il piatto della storia da questa parte. Nei mesi successivi cominciò l’esodo delle popolazioni italiane dalle terre dell’Istria e della Dalmazia e Pola finì per essere inglobata nel territorio jugoslavo.

Perché la strage di Vergarolla è rimasta rimossa dalla memoria collettiva? Quei morti sono vittime collaterali della rimozione più generale di cui sono rimaste vittime gli italiani di quelle terre martoriate: costretti ad abbandonare le loro città, ma tacitati dalla convenienza storica in base alla quale non era buona cosa alimentare il conflitto con il regime di Tito che, negli anni della guerra fredda, costituiva la spina nel fianco nonché l’elemento di rottura del blocco comunista egemonizzato dall’Urss di Stalin.

Dovranno trascorrere decenni, dovrà cadere il muro di Berlino e disgregarsi la Jugoslavia prima che si ricominci a parlare dei morti di Vergarolola e perché si cominci a costruire una memoria comune. Dettaglio esemplificativo: la prima commemorazione condivisa dei morti di Vergarolla è stata celebrata solo nel 2017 da parte di una delegazione del governo italiano e di quello croato. L’occasione è stata utile anche per rendere omaggio a uno degli eroi di quella giornata tragica, il dottor Geppino Micheletti, medico dell’ospedale di Pola, che per 24 ore ininterrotte prestò soccorso alle vittime dell’esplosione sulla spiaggia. Nonostante in quella esplosione fossero morti anche i suoi due figli di 9 e 5 anni, un fratello e la cognata.

di Claudio Del Frate – Corriere della sera