Agrigento al voto, monito dell’Arcivescovo ai candidati: “politica forma più alta di carità”
L’arcivescovo di Agrigento monsignor Alessandro Damiano nell’omelia dele Venerdì Santo ha lanciato un monito in vista delle prossime elezioni amministrative nel capoluogo e negli altri comuni della diocesi chiamati al voto.
Prendendo come esempio la figura di Giorgio La Pira ha invitato i candidati, dopo averli ringraziati per essere messi a disposizione, che “la politica è la più alta forma di carità”.
E poi l’appello ai cittadini.
Ecco il testo integrale dell’omelia di monsignor Damiano.
Nel cuore del mistero pasquale, la sosta davanti a Cristo che per noi si è fatto «obbediente
fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8), ci impone — senza mezzi termini e in tutta
la sua drammaticità — la domanda sul senso della vita. Se anche Dio muore, a che serve
vivere? Se il giusto più innocente subisce l’ingiustizia più oltraggiosa, fino a dove si deve
spingere la speranza? E se, per non perdere nessuno, alla fine si deve perdere se stessi, cosa
resta a chi è disposto ad amare «fino alla fine» (Gv 13,1)?
Il pensiero della morte come ultimo atto della vita, che vorremmo allontanare perché ci
incomoda, è cruciale per imparare a vivere in pienezza, non nell’attesa che tutto finisca, ma
nel desiderio che tutto si compia. Così si profilano due prospettive completamente diverse di
fronte alla morte; e da quella che scegliamo di assumere dipende il valore della nostra vita,
la dimensione della nostra speranza, la qualità del nostro amore.
La morte può rappresentare — come generalmente accade — la semplice conclusione
dell’esistenza, che giustifica tanti atteggiamenti di rassegnazione, disfattismo e disimpegno.
Oppure può costituire il compimento della vita, che fonda l’ottimismo, motiva la
responsabilità e sostiene l’azione.
Si impone pertanto davanti a noi un’alternativa alla quale non possiamo sfuggire, nonostante
le scappatoie che ci illudiamo di poter percorrere: se non ci lasciamo animare dalla tensione
verso un fine da realizzare, siamo condannati a restare schiacciati sotto il peso del tempo
che finisce.
Già il salmista, benedicendo il Signore che gli ha «dato consiglio», diceva: «Per questo
gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non
abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal
16,9-10). Il suo non era il lamento disilluso di chi aspetta di morire per essere finalmente
libero, ma il canto fiducioso di chi si lascia condurre per imparare a vivere ogni giorno nella
libertà. «Mi indicherai il sentiero della vita — aggiungeva —, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,11).
Già in una prospettiva umanissima, la morte è la condizione della vita: non si tratta di vivere
serenamente per morire in pace, ma di mettersi seriamente davanti alla morte per imparare
ad affrontare dignitosamente la vita. A questa prospettiva, la Pasqua aggiunge il compimento
inatteso della risurrezione.
Tutte le culture, dai tempi più antichi, hanno celebrato una festa della rinascita della vita, in
concomitanza con la primavera e con il risveglio della natura. La fede di Israele ha aggiunto
a questa connotazione la memoria di un evento di liberazione, che Dio stesso ha operato
nella storia di un popolo, non solo oppresso da una dominazione straniera, ma talmente
abituato alla sua schiavitù da non saper neppure desiderare — né, tanto meno, gestire — la
sua libertà.
La Pasqua cristiana compie ciò di cui quella ebraica era solo figura, perché in Cristo morto e
risorto si realizza il disegno di un’umanità veramente nuova: un’umanità che non aspetta più
soltanto di essere introdotta in una “terra promessa” da possedere in maniera esclusiva, in
cui ogni bene è dovuto e ogni compromesso diventa lecito, ma che si impegna a costruireuna “nuova Gerusalemme” da abitare in pienezza, nel segno del chicco di grano che, «se
[…] non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Cristo ha riscattato la morte — la sua e la nostra — perché l’ha sottratta alla logica della
sconfitta e le ha ridato il gusto della vittoria. Perché — come ci ha detto lui stesso — «chi
vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del
Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Perdere la vita per causa sua e del Vangelo non vuol dire
accettare di morire, non avendo altra scelta. Vuol dire, al contrario, scegliere la via del bene
pagato a caro prezzo e quella della giustizia difesa a tutti i costi, nella consapevolezza che
questo conferisce dignità alla vita, ampiezza alla speranza, pienezza all’amore. E solo così
possiamo diventare persone che vivono pienamente e che realmente danno la vita: una vita
che, con la morte, non finisce, ma diventa eterna.
Il Venerdì Santo consacrerebbe una sconfitta, se la Pasqua non sancisse una vittoria. E sulla
certezza che la morte è stata vinta si fonda la nostra fede. Non dimentichiamolo!
Ma non basta che il Venerdì Santo si compia nella Pasqua. È necessario che la Pasqua si
compia nella Pentecoste, perché solo nella forza dello Spirito possiamo entrare nella
dimensione della risurrezione, che ci rende creature nuove. Solo nella forza dello Spirito
«ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18,27). Gesù lo dice dopo che il
notabile ricco, perfetto conoscitore e fedele osservante della legge, se ne va triste, perché chi
è troppo pieno di sé e troppo attaccato alle sue cose, per quanto apparentemente onesto, è
ancora fuori del regno di Dio. Al contrario, solo chi il regno lo accoglie come un bambino, e
dunque con la consapevolezza che tutto gli è donato e nulla può pretendere, può entrarvi
pienamente (cf. Lc 18,15-27). E la Pasqua che si compie nella Pentecoste, mediante il dono
dello Spirito che ci comunica la vita del Risorto, ci restituisce la libertà del cuore e la
purezza dello sguardo, di cui i piccoli del Vangelo sono monito e profezia.
Quest’anno, proprio il giorno di Pentecoste, saremo chiamati a rinnovare con il nostro voto
le amministrazioni comunali della nostra città e di altri otto paesi della nostra Diocesi:
Camastra, Cammarata, Casteltermini, Raffadali, Ribera, Sambuca di Sicilia, Siculiana e
Villafranca Sicula.
Davanti a Cristo, che muore per introdurci nella vita, sento il dovere di rivolgere un appello a
tutti i battezzati e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché il mistero pasquale
che stiamo celebrando porti frutti buoni nella concretezza della nostra convivenza
comunitaria e nell’esercizio delle nostre funzioni democratiche, traducendosi in un servizio
coerente con le esigenze dell’umanità e le istanze del Vangelo.
Ai candidati, che a nome di tutti ringrazio per il coraggio di scendere in campo, vorrei
ricordare che la politica — secondo il magistero sociale della Chiesa — è la «forma più alta
della carità» e deve esserlo soprattutto in questi tempi, segnati da incertezze culturali e
valoriali, sociali e istituzionali, economiche e occupazionali. L’esempio di Giorgio La Pira,
detto «sindaco santo» e dichiarato venerabile da Papa Francesco, ci invita a non ridurre la
città a un insieme di strutture amministrative, ma a farne una «comunità di destino», ossia
una casa in cui chiunque — e soprattutto i più fragili e indifesi — possono trovare
accoglienza e dignità, mezzi di sussistenza e condizioni di pace. E, riguardo alla politica, ci
insegna a farne una «costruzione quotidiana di fraternità concreta», svincolata da qualsiasi
freddo interesse e da ogni egoistico tornaconto. Agli elettori, che esorto a manifestare liberamente e coscienziosamente la propria volontà
nella scelta dei propri rappresentati, vorrei ricordare il dovere di «iscrivere la legge divina
nella vita della città terrena», come ci esorta la costituzione Gaudium et Spes del Concilio
Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (n. 43). Non basta limitarsi alla
denuncia, sopratutto quando rischia di scadere nella polemica sterile e nell’offesa gratuita,
ma occorre far sentire la propria voce attraverso una reale democrazia partecipata,
richiedendo alle amministrazioni civiche e alle forze politiche luoghi di incontro in cui si
costruisce insieme, senza abdicare alla propria responsabilità e senza demandarla a quella
altrui. Don Luigi Sturzo, siciliano come noi, nel suo celebre “Appello ai liberi e forti” ha
indicato come fondamento dell’impegno pubblico appunto la responsabilità personale, al
fine di valorizzare e integrare tutte le energie della società civile, contro ogni tentativo di
soffocarle e contro ogni rinuncia a metterle in gioco.
A tutti — nel doveroso rispetto delle reciproche competenze — vorrei ricordare che ci sono
impegni prioritari che non possono non entrare nel quadro dei programmi delle
amministrazioni civiche e dei gruppi politici. Innanzitutto quelli che riguardano la gente
tuttora priva dell’essenziale: la salute, il cibo, l’acqua, la casa, il lavoro, l’accesso alla
cultura, la partecipazione alla vita sociale.
Non si possono poi trascurare le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita
ignora o addirittura — per inaccettabili logiche di profitto — coltiva: dagli anziani ai
diversamente abili, da quanti vivono un qualsiasi disagio sociale a quanti restano vittime di
dipendenze vecchie e nuove, dai dimessi dalle carceri e dagli ospedali psichiatrici ai fratelli
ancora detenuti o ancora ricoverati.
Né si devono tralasciare gli aneliti radicati nelle potenzialità nostro territorio e insiti nei sogni
dei nostri giovani, ma anche in quelli dei meno giovani: lo sviluppo e il sostegno
dell’imprenditoria, dell’agricoltura e dell’artigianato; la valorizzazione delle risorse
paesaggistiche e culturali; la pulizia, il decoro e la fruibilità delle nostre città e delle nostre
infrastrutture.
L’assunzione di queste urgenze — e di quelle che la fantasia di ciascuno saprà ispirare —
potrà tanto più diventare una reale occasione di vita nuova, quanto più permetteremo allo
Spirito del Risorto di illuminare e orientare le nostre coscienze, nella ricerca del bene
comune, nel rinnegamento della mentalità mafiosa e nel consolidamento di un’autentica
amicizia sociale.
Tutto questo chiedo al Signore per la nostra terra e per la nostra Chiesa, confidando
nell’intercessione di Maria, Madre del dolore e della speranza, fedele al suo “Sì” dalla casa
di Nazareth alla croce del Golgota. In noi, come in lei, la Parola di vita eterna si faccia carne
e diventi promessa e compimento di vita nuova.