April 14, 2026
Agrigento al voto, monito dell’Arcivescovo ai candidati: “politica forma più alta di carità”
Agrigento Cronaca In Evidenza

Agrigento al voto, monito dell’Arcivescovo ai candidati: “politica forma più alta di carità”

Apr 4, 2026
Condividi su:

L’arcivescovo di Agrigento monsignor Alessandro Damiano nell’omelia dele Venerdì Santo ha lanciato un monito in vista delle prossime elezioni amministrative nel capoluogo e negli altri comuni della diocesi chiamati al voto.

Prendendo come esempio la figura di Giorgio La Pira ha invitato i candidati, dopo averli ringraziati per essere messi a disposizione, che “la politica è la più alta forma di carità”.

E poi l’appello ai cittadini.

Ecco il testo integrale dell’omelia di monsignor Damiano.

Nel cuore del mistero pasquale, la sosta davanti a Cristo che per noi si è fatto «obbediente

fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8), ci impone — senza mezzi termini e in tutta

la sua drammaticità — la domanda sul senso della vita. Se anche Dio muore, a che serve

vivere? Se il giusto più innocente subisce l’ingiustizia più oltraggiosa, fino a dove si deve

spingere la speranza? E se, per non perdere nessuno, alla fine si deve perdere se stessi, cosa

resta a chi è disposto ad amare «fino alla fine» (Gv 13,1)?

Il pensiero della morte come ultimo atto della vita, che vorremmo allontanare perché ci

incomoda, è cruciale per imparare a vivere in pienezza, non nell’attesa che tutto finisca, ma

nel desiderio che tutto si compia. Così si profilano due prospettive completamente diverse di

fronte alla morte; e da quella che scegliamo di assumere dipende il valore della nostra vita,

la dimensione della nostra speranza, la qualità del nostro amore.

La morte può rappresentare — come generalmente accade — la semplice conclusione

dell’esistenza, che giustifica tanti atteggiamenti di rassegnazione, disfattismo e disimpegno.

Oppure può costituire il compimento della vita, che fonda l’ottimismo, motiva la

responsabilità e sostiene l’azione.

Si impone pertanto davanti a noi un’alternativa alla quale non possiamo sfuggire, nonostante

le scappatoie che ci illudiamo di poter percorrere: se non ci lasciamo animare dalla tensione

verso un fine da realizzare, siamo condannati a restare schiacciati sotto il peso del tempo

che finisce.

Già il salmista, benedicendo il Signore che gli ha «dato consiglio», diceva: «Per questo

gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non

abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal

16,9-10). Il suo non era il lamento disilluso di chi aspetta di morire per essere finalmente

libero, ma il canto fiducioso di chi si lascia condurre per imparare a vivere ogni giorno nella

libertà. «Mi indicherai il sentiero della vita — aggiungeva —, gioia piena alla tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,11).

Già in una prospettiva umanissima, la morte è la condizione della vita: non si tratta di vivere

serenamente per morire in pace, ma di mettersi seriamente davanti alla morte per imparare

ad affrontare dignitosamente la vita. A questa prospettiva, la Pasqua aggiunge il compimento

inatteso della risurrezione.

Tutte le culture, dai tempi più antichi, hanno celebrato una festa della rinascita della vita, in

concomitanza con la primavera e con il risveglio della natura. La fede di Israele ha aggiunto

a questa connotazione la memoria di un evento di liberazione, che Dio stesso ha operato

nella storia di un popolo, non solo oppresso da una dominazione straniera, ma talmente

abituato alla sua schiavitù da non saper neppure desiderare — né, tanto meno, gestire — la

sua libertà.

La Pasqua cristiana compie ciò di cui quella ebraica era solo figura, perché in Cristo morto e

risorto si realizza il disegno di un’umanità veramente nuova: un’umanità che non aspetta più

soltanto di essere introdotta in una “terra promessa” da possedere in maniera esclusiva, in

cui ogni bene è dovuto e ogni compromesso diventa lecito, ma che si impegna a costruireuna “nuova Gerusalemme” da abitare in pienezza, nel segno del chicco di grano che, «se

[…] non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Cristo ha riscattato la morte — la sua e la nostra — perché l’ha sottratta alla logica della

sconfitta e le ha ridato il gusto della vittoria. Perché — come ci ha detto lui stesso — «chi

vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del

Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Perdere la vita per causa sua e del Vangelo non vuol dire

accettare di morire, non avendo altra scelta. Vuol dire, al contrario, scegliere la via del bene

pagato a caro prezzo e quella della giustizia difesa a tutti i costi, nella consapevolezza che

questo conferisce dignità alla vita, ampiezza alla speranza, pienezza all’amore. E solo così

possiamo diventare persone che vivono pienamente e che realmente danno la vita: una vita

che, con la morte, non finisce, ma diventa eterna.

Il Venerdì Santo consacrerebbe una sconfitta, se la Pasqua non sancisse una vittoria. E sulla

certezza che la morte è stata vinta si fonda la nostra fede. Non dimentichiamolo!

Ma non basta che il Venerdì Santo si compia nella Pasqua. È necessario che la Pasqua si

compia nella Pentecoste, perché solo nella forza dello Spirito possiamo entrare nella

dimensione della risurrezione, che ci rende creature nuove. Solo nella forza dello Spirito

«ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18,27). Gesù lo dice dopo che il

notabile ricco, perfetto conoscitore e fedele osservante della legge, se ne va triste, perché chi

è troppo pieno di sé e troppo attaccato alle sue cose, per quanto apparentemente onesto, è

ancora fuori del regno di Dio. Al contrario, solo chi il regno lo accoglie come un bambino, e

dunque con la consapevolezza che tutto gli è donato e nulla può pretendere, può entrarvi

pienamente (cf. Lc 18,15-27). E la Pasqua che si compie nella Pentecoste, mediante il dono

dello Spirito che ci comunica la vita del Risorto, ci restituisce la libertà del cuore e la

purezza dello sguardo, di cui i piccoli del Vangelo sono monito e profezia.

Quest’anno, proprio il giorno di Pentecoste, saremo chiamati a rinnovare con il nostro voto

le amministrazioni comunali della nostra città e di altri otto paesi della nostra Diocesi:

Camastra, Cammarata, Casteltermini, Raffadali, Ribera, Sambuca di Sicilia, Siculiana e

Villafranca Sicula.

Davanti a Cristo, che muore per introdurci nella vita, sento il dovere di rivolgere un appello a

tutti i battezzati e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché il mistero pasquale

che stiamo celebrando porti frutti buoni nella concretezza della nostra convivenza

comunitaria e nell’esercizio delle nostre funzioni democratiche, traducendosi in un servizio

coerente con le esigenze dell’umanità e le istanze del Vangelo.

Ai candidati, che a nome di tutti ringrazio per il coraggio di scendere in campo, vorrei

ricordare che la politica — secondo il magistero sociale della Chiesa — è la «forma più alta

della carità» e deve esserlo soprattutto in questi tempi, segnati da incertezze culturali e

valoriali, sociali e istituzionali, economiche e occupazionali. L’esempio di Giorgio La Pira,

detto «sindaco santo» e dichiarato venerabile da Papa Francesco, ci invita a non ridurre la

città a un insieme di strutture amministrative, ma a farne una «comunità di destino», ossia

una casa in cui chiunque — e soprattutto i più fragili e indifesi — possono trovare

accoglienza e dignità, mezzi di sussistenza e condizioni di pace. E, riguardo alla politica, ci

insegna a farne una «costruzione quotidiana di fraternità concreta», svincolata da qualsiasi

freddo interesse e da ogni egoistico tornaconto. Agli elettori, che esorto a manifestare liberamente e coscienziosamente la propria volontà

nella scelta dei propri rappresentati, vorrei ricordare il dovere di «iscrivere la legge divina

nella vita della città terrena», come ci esorta la costituzione Gaudium et Spes del Concilio

Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (n. 43). Non basta limitarsi alla

denuncia, sopratutto quando rischia di scadere nella polemica sterile e nell’offesa gratuita,

ma occorre far sentire la propria voce attraverso una reale democrazia partecipata,

richiedendo alle amministrazioni civiche e alle forze politiche luoghi di incontro in cui si

costruisce insieme, senza abdicare alla propria responsabilità e senza demandarla a quella

altrui. Don Luigi Sturzo, siciliano come noi, nel suo celebre “Appello ai liberi e forti” ha

indicato come fondamento dell’impegno pubblico appunto la responsabilità personale, al

fine di valorizzare e integrare tutte le energie della società civile, contro ogni tentativo di

soffocarle e contro ogni rinuncia a metterle in gioco.

A tutti — nel doveroso rispetto delle reciproche competenze — vorrei ricordare che ci sono

impegni prioritari che non possono non entrare nel quadro dei programmi delle

amministrazioni civiche e dei gruppi politici. Innanzitutto quelli che riguardano la gente

tuttora priva dell’essenziale: la salute, il cibo, l’acqua, la casa, il lavoro, l’accesso alla

cultura, la partecipazione alla vita sociale.

Non si possono poi trascurare le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita

ignora o addirittura — per inaccettabili logiche di profitto — coltiva: dagli anziani ai

diversamente abili, da quanti vivono un qualsiasi disagio sociale a quanti restano vittime di

dipendenze vecchie e nuove, dai dimessi dalle carceri e dagli ospedali psichiatrici ai fratelli

ancora detenuti o ancora ricoverati.

Né si devono tralasciare gli aneliti radicati nelle potenzialità nostro territorio e insiti nei sogni

dei nostri giovani, ma anche in quelli dei meno giovani: lo sviluppo e il sostegno

dell’imprenditoria, dell’agricoltura e dell’artigianato; la valorizzazione delle risorse

paesaggistiche e culturali; la pulizia, il decoro e la fruibilità delle nostre città e delle nostre

infrastrutture.

L’assunzione di queste urgenze — e di quelle che la fantasia di ciascuno saprà ispirare —

potrà tanto più diventare una reale occasione di vita nuova, quanto più permetteremo allo

Spirito del Risorto di illuminare e orientare le nostre coscienze, nella ricerca del bene

comune, nel rinnegamento della mentalità mafiosa e nel consolidamento di un’autentica

amicizia sociale.

Tutto questo chiedo al Signore per la nostra terra e per la nostra Chiesa, confidando

nell’intercessione di Maria, Madre del dolore e della speranza, fedele al suo “Sì” dalla casa

di Nazareth alla croce del Golgota. In noi, come in lei, la Parola di vita eterna si faccia carne

e diventi promessa e compimento di vita nuova.