Care lettrici e cari lettori vogliamo condividere con voi una mail che una nostra giovane lettrice, studente universitaria, molto legata alla figura del giudice beato Rosario Angelo Livatino, ha inviato stamattina alla nostra posta elettronica.
Nel testo che abbiamo deciso di pubblicare integralmente, Mariapia Cacciato esprime con chiarezza il suo pensiero su quanto sta accadendo in questi giorni a Canicattì e sulla evidente strumentalizzazione del magistrato beatificato il 9 maggio 2021 in una questione, quella della crisi idrica, che nulla ha a che vedere con il giudice.
Ecco il testo integrale.
In questi giorni Canicattì sta vivendo una crisi idrica gravissima. Non è un semplice disservizio: è la negazione di un diritto fondamentale. L’acqua non è un privilegio, non è una concessione, non è un favore. È un bene primario, essenziale, vitale. Senza acqua non si vive in modo dignitoso.
E mentre le famiglie fanno i conti con rubinetti a secco, c’è chi si permette di parlare di “illegalità” e addirittura di scomodare il nome del Beato Rosario Angelo Livatino. Questo è inaccettabile.
Il giudice Livatino ha sacrificato la propria vita combattendo la mafia, i ricatti, i sistemi di potere fondati sull’ingiustizia. Usare il suo nome per accusare un’intera comunità significa strumentalizzare la sua memoria. È un paragone forzato, fuori luogo e profondamente irrispettoso.
Qui non c’è un popolo che rifiuta la legalità. Qui ci sono famiglie che per anni hanno pagato di tasca propria le autobotti pur di avere acqua nelle proprie case. Hanno speso soldi, fatto sacrifici, garantito condizioni igienico-sanitarie ai propri figli. Dov’è l’illegalità in un servizio che viene pagato? Dov’è l’illegalità nel voler vivere con dignità?
Non accettare compromessi al ribasso, non piegarsi a ricatti, non firmare accordi senza garanzie reali non è un atto di illegalità. È un atto di responsabilità. È la richiesta legittima di certezze: acqua continua, servizio funzionante, tutela della salute pubblica.
La legalità non può essere a senso unico. Non può essere pretesa solo dai cittadini quando si tratta di pagare, ma diventare vaga e incerta quando si tratta di garantire un diritto essenziale. La legalità è equilibrio, è rispetto reciproco, è dovere da entrambe le parti.
Canicattì non è un paese di “gente illegale”. È un paese di lavoratori, di famiglie perbene, di persone che rispettano le regole quando le regole sono giuste e applicate con equità. Etichettare un’intera comunità è facile. Governare bene e garantire servizi è più difficile.
Chi cita Livatino dovrebbe ricordare che lui combatteva le ingiustizie, non accusava indiscriminatamente i cittadini. La sua memoria merita rispetto, non slogan.
Canicattì non sta chiedendo privilegi. Sta chiedendo acqua. Sta chiedendo dignità. Sta chiedendo ciò che spetta a ogni cittadino in uno Stato che si definisce civile.
Io non mi vergogno di essere canicattìnese. Al contrario, ne sono orgogliosa.
Sono una studentessa, studio, mi informo, ragiono con senso critico. E proprio per questo non accetto che la mia città venga descritta come un luogo di illegalità solo perché chiede ciò che le spetta.
Chiedere acqua non è un reato.
Chiedere dignità non è illegalità.
È un diritto.
E questa non è illegalità.
È richiesta di giustizia.
Mariapia Cacciato